Lessico rossocrociato

Parole, parole, parole

Le differenze tra l’italiano di Svizzera e quello d’Italia sono soprattutto riscontrabili nel lessico. Dal punto di vista grammaticale, morfologico e sintattico le diversità non sono significative. Nell’ambito delle parole invece il thesaurus svizzero è molto fornito (e come poteva essere diversamente vista la nobile tradizione bancaria elvetica?).

Dalla mappetta–>cartellina, al natel–>telefonino; dal buralista–>impiegato delle poste, al bonifico permanente–>domiciliazione bancaria, in ogni ambito della vita ci sono paroline ed espressioni che distinguono gli italofoni repubblicani da quelli confederati. Il tutto è puntualmente testimoniato dallo Svizzionario (e anche da pubblicazioni scientifiche ben più importanti del nostro libretto).

Un ruolo importante lo svolgono i nostri informatori. Anzi, se hai sentito un “elvetismo” puoi segnalarlo usando il nostro form.Nello Svizzionario sono contenute centinaia di lemmi e il lavoro di aggiornamento, anche grazie al contributo di lettori, naviganti e informatori, è continuo.

Parliamo svizzero ?

Il laboratorio linguistico svizzero

Ci sono molti motivi per interessarsi all’italiano parlato in Svizzera. La Svizzera è l’unico paese fuori d’Italia (esclusi per ovvi motivi Città del Vaticano e San Marino) in cui l’italiano ha status di lingua ufficiale. Questo fatto, insieme alla lunga coabitazione con due lingue di grande tradizione come il tedesco e il francese, ha avuto influenze interessanti sulla qualità della lingua parlata nel canton Ticino e nel canton Grigioni.

Non soltanto: in quanto espressione di una realtà sociale e istituzionale separata da quella italiana l’italiano di Svizzera ha conosciuto una ricca diversificazione lessicale (basti pensare a espressioni della politica svizzera quali “iniziativa popolare”, “gran consiglio”, “oggetto in votazione”, ecc) che ne ha acuito la peculiarità di variante non solo regionale ma nazionale della medesima lingua.

Infine, la separazione politica dall’italiano d’Italia ha prodotto fenomeni di “resistenza”, per cui l’italiano di Svizzera presenta a volte tratti arcaici, oppure lo ha schermato rispetto a determinati cambiamenti introdotti in Italia (per esempio quelle prodotte dal dirigismo culturale fascista nell’ambito delle terminologie sportive, calcistiche in particolare, per cui in Svizzera si continuano a usare termini inglesi dialettizzati invece dei termini italiani creati nel ventennio per combattere l’influenza straniera.

Insomma, quello svizzero è un laboratorio linguistico interessante cui guardare con interesse, e non certo con sufficienza puristica o con il sarcasmo di chi pensa di “parlare meglio”.

Confoederatio helvetica

Politica e lingua, croce e delizia

In nessun campo la differenza tra l’italiano d’Italia e quello di Svizzera è tanto grande quanto in politica. Se in Italia ci sono ministri deputati e senatori, in Svizzera preferiscono affidarsi sempre e solo a consiglieri (federali, nazionali, agli Stati). Definizioni meno ingombranti grazie alle quali i politici tendono a prendersi meno sul serio.

In generale, i termini politici svizzeri rispecchiano una consuetudine istituzionale che affonda le proprie radici nel glorioso e autarchico medioevo elvetico. Ecco perché molti cantoni sono retti da Consigli, grandi o piccoli (a seconda che siano legislativi o esecutivi), secondo una terminologia che si ritrova per esempio in molti ordinamenti comunali italiani del medioevo e del rinascimento. Nello stesso canton Ticino vi è il Gran Consiglio (legislativo) cui non corrisponde però un consiglio di minori dimensioni,come suggerirebbe la logica, bensì un Consiglio di Stato (esecutivo): il che fa sorgere qualche equivoco con l’Italia dove si ha pure un Consiglio di Stato, certo, ma con tutt’altre funzioni.

Ancora più complessa la situazione nei Grigioni (il cantone di Sankt Moritz, per intenderci…). A Poschiavo, comune situato nella valle omonima, che dal passo del Bernina scende verso Tirano ed è una delle tre valli di lingua italiana di un cantone a maggioranza di lingua tedesca, le cose sembrano studiate apposta per confondere le idee: il consiglio comunale, infatti, incarna il potere esecutivo. Mentre il legislativo si chiama “giunta”. Insomma, l’esatto contrario di quanto succede in Italia. Qui sopravvive “l’ultimo dei podestà”: sembra un titolo di un romanzo fantasy, ma è realtà politica quotidiana per gli abitanti del luogo. Gli elettori poschiavini, infatti, non scelgono un sindaco, ma un “podestà” appunto. E questi non si fa aiutare da un vice-sindaco, come nei comuni ticinesi, ma da un “luogotenente”. Termini di rara eleganza e che testimoniano di una lunghissima ed ininterrotta tradizione di democrazia comunale. Certo, alle orecchie italiane, quel “podestà” ricorda invece la longa manus del fascismo, quando il podestà era appunto il sindaco scelto dal governo centrale e di sicura fede mussoliniana. Ecco: uno di quei campi in cui gli equivoci linguistici possono avere valenze politiche. In generale, i termini politici svizzeri rispecchiano una consuetudine istituzionale che affonda le proprie radici nel glorioso e autarchico medioevo elvetico. Ecco perché molti cantoni sono retti da Consigli, grandi o piccoli (a seconda che siano legislativi o esecutivi), secondo una terminologia che si ritrova per esempio in molti ordinamenti comunali italiani del medioevo e del rinascimento.

Nello stesso canton Ticino vi è il Gran Consiglio (legislativo) cui non corrisponde però un consiglio di minori dimensioni,come suggerirebbe la logica, bensì un Consiglio di Stato (esecutivo): il che fa sorgere qualche equivoco con l’Italia dove si ha pure un Consiglio di Stato, certo, ma con tutt’altre funzioni. Ancora più complessa la situazione nei Grigioni (il cantone di Sankt Moritz, per intenderci…). A Poschiavo, comune situato nella valle omonima, che dal passo del Bernina scende verso Tirano ed è una delle tre valli di lingua italiana di un cantone a maggioranza di lingua tedesca, le cose sembrano studiate apposta per confondere le idee: il consiglio comunale, infatti, incarna il potere esecutivo. Mentre il legislativo si chiama “giunta”. Insomma, l’esatto contrario di quanto succede in Italia. Qui sopravvive “l’ultimo dei podestà”: sembra un titolo di un romanzo fantasy, ma è realtà politica quotidiana per gli abitanti del luogo. Gli elettori poschiavini, infatti, non scelgono un sindaco, ma un “podestà” appunto. E questi non si fa aiutare da un vice-sindaco, come nei comuni ticinesi, ma da un “luogotenente”. Termini di rara eleganza e che testimoniano di una lunghissima ed ininterrotta tradizione di democrazia comunale. Certo, alle orecchie italiane, quel “podestà” ricorda invece la longa manus del fascismo, quando il podestà era appunto il sindaco scelto dal governo centrale e di sicura fede mussoliniana. Ecco: uno di quei campi in cui gli equivoci linguistici possono avere valenze politiche. In generale, i termini politici svizzeri rispecchiano una consuetudine istituzionale che affonda le proprie radici nel glorioso e autarchico medioevo elvetico. Ecco perché molti cantoni sono retti da Consigli, grandi o piccoli (a seconda che siano legislativi o esecutivi), secondo una terminologia che si ritrova per esempio in molti ordinamenti comunali italiani del medioevo e del rinascimento. Nello stesso canton Ticino vi è il Gran Consiglio (legislativo) cui non corrisponde però un consiglio di minori dimensioni,come suggerirebbe la logica, bensì un Consiglio di Stato (esecutivo): il che fa sorgere qualche equivoco con l’Italia dove si ha pure un Consiglio di Stato, certo, ma con tutt’altre funzioni. Ancora più complessa la situazione nei Grigioni (il cantone di Sankt Moritz, per intenderci…). A Poschiavo, comune situato nella valle omonima, che dal passo del Bernina scende verso Tirano ed è una delle tre valli di lingua italiana di un cantone a maggioranza di lingua tedesca, le cose sembrano studiate apposta per confondere le idee: il consiglio comunale, infatti, incarna il potere esecutivo. Mentre il legislativo si chiama “giunta”. Insomma, l’esatto contrario di quanto succede in Italia. Qui sopravvive “l’ultimo dei podestà”: sembra un titolo di un romanzo fantasy, ma è realtà politica quotidiana per gli abitanti del luogo. Gli elettori poschiavini, infatti, non scelgono un sindaco, ma un “podestà” appunto. E questi non si fa aiutare da un vice-sindaco, come nei comuni ticinesi, ma da un “luogotenente”. Termini di rara eleganza e che testimoniano di una lunghissima ed ininterrotta tradizione di democrazia comunale. Certo, alle orecchie italiane, quel “podestà” ricorda invece la longa manus del fascismo, quando il podestà era appunto il sindaco scelto dal governo centrale e di sicura fede mussoliniana. Ecco: uno di quei campi in cui gli equivoci linguistici possono avere valenze politiche.
...di più...
 

Grandi e miti consigli

Il Gran Consiglio ticinese (e quello grigionese) è il parlamento cantonale, che vanta competenze molto superiori ai parlamenti regionali italiani. Gran consiglio è un’espressione che in Svizzera evoca robusti – anche se non sempre edificanti – dibattiti democratici. Differente la situazione in Italia, dove il Gran Consiglio che tutti ricordano fu un organo del fascismo e poi del Regno d’Italia. Fu proprio il Gran Consiglio del Fascismo che, in una riunione notturna piuttosto rocambolesca, il 24 luglio 1943 approvò l’ordine del giorno Grandi e diede il benservito a Benito Mussolini. Tra i due organi, quello svizzero e quello, per fortuna defunto, italiano non ci sono analogie di alcun genere se non il nome. Quello svizzero, insomma, è un più mite consiglio…